Qualche
sera fa ho avuto l’opportunità di assistere ad una proiezione
privata di un film che ancora non è uscito nelle sale. Si tratta
della ‘Terapia Roosevelt’, di Vittorio
Muscia. E’ un film che vedremo tra qualche anno anche in
televisione, essendo prodotto in collaborazione con Rai
Cinema, ma soprattutto lo vedremo alla prossima
mostra di Venezia e, sono sicura, ne sentiremo molto
parlare. L’argomento di cui tratta infatti è la timidezza,
un problema (o un tratto del carattere, scegliete voi la definizione
giusta) che riguarda moltissime persone.
Nel film il protagonista, un bravissimo Giampiero Ingrassia,
è un giornalista timido, che ama il suo lavoro ed ha ottimi
risultati, ma non riesce a fare carriera perché, come tutti i
timidi, teme il palcoscenico, lo stare al centro dell’attenzione.
Come confida il protagonista a suo padre (nel film è un rassicurante
Raffaele Pisu), pur lavorando in una televisione,
si può scegliere di non apparire in video, di non diventare famosi,
se la cosa è fonte di un forte stato di disagio.
Chi è timido conosce bene il problema: l’ansia di dover parlare in
pubblico, la consapevolezza di non riuscire a controllare pienamente
i propri pensieri, le emozioni, i movimenti del corpo; oppure il
sentirsi a disagio nelle occasioni sociali, il non trovare una
postura adeguata o argomenti adatti alle varie situazioni, per non
parlare del black out delle parole, per esprimere compiutamente i
propri pensieri... Il timido è una persona spaventata
dalla vita, dalle persone, da tutto ciò che è ignoto e dunque
scarsamente controllabile. Eppure non è paura
oggettiva, dovuta a circostanze esterne: tutto dipende da come il
timido ‘legge’ ed interpreta la realtà. La sua è una lettura
condizionata dalla paura e dal senso costante di pericolo che viene
da dentro e che dunque non finisce mai, si presenta in qualsiasi
situazione della vita e non lascia mai la persona, che vive spesso
in costante stato di ansia.
Nel film di Muscia come nella vita però, arriva il
momento x, che spinge la persona a fare i conti con sé stessa: ad
esempio attraverso una promozione sul lavoro. Questo è il caso del
giornalista interpretato da Ingrassia, cui viene offerta
l’opportunità di mostrarsi in video, mentre intervista personaggi
importanti della politica. Che fare?
E’ sicuramente troppo per lui, che ne farebbe volentieri a meno. Del
resto, ci sono cose nella vita alle quali è difficile rinunciare,
anche per le forti pressioni esterne e le aspettative degli altri. E
allora? L’unica cosa saggia da fare è quella di rivolgersi ad uno
psicoterapeuta, per farsi aiutare a ritrovare un proprio equilibrio.
Così infatti decide di fare il giornalista del film, il quale si
affida ad uno stralunatissimo psicologo inglese (ottima
interpretazione di Antonio Salines) che usa sistemi
e teorie non proprio ortodosse, ma apparentemente utili: del resto
il cliente chiede una terapia che ‘funzioni’ subito, il giorno
successivo… Come intervenire? Lasciare il cliente al suo problema,
spiegandogli che una terapia dura settimane, mesi, forse anni?
Oppure tentarne una personalizzata, che funzioni subito? Il Dottor
O’Conner sceglie la seconda strada e utilizza una terapia davvero
singolare: la “Roosevelt” (sembra che il presidente
americano la utilizzasse per vincere la sua timidezza). Con un po’
di ipnosi ed un po’ di induzioni verbali, tipo: ‘il watttter serve…’
lo psicologo riesce a far si che il nostro Ingrassia superi
l’inibizione immaginando il suo interlocutore seduto, come tutti i
comuni mortali, su un water. Così riuscirà a fare la sua intervista
ad un uomo importante, senza problemi.
Ma non finisce qui: altri sistemi che non vi svelo, per non
togliervi il gusto della sorpresa, serviranno al paziente,
impaziente di guarire, a vedere le cose da un’altra prospettiva, a
trovare la ‘spallata’ giusta per decidere di mettersi in gioco.
Nel film c’è anche una bella storia d’amore che nasce nei confronti
di una collega (lei è una luminosa Barbara Tabita),
che con le sue attenzioni ed i suoi modi protettivi contribuisce ad
attenuare i sintomi di lui ed a ‘sbloccarlo’ anche nel rivelarle i
suoi sentimenti, ricorrendo a stratagemmi originali, capaci di
superare le barriere auto-imposte della timidezza e di volare alto,
sopra qualsiasi problema o inibizione, alla ricerca dei sentimenti
più nobili e puri.
Il messaggio del film insomma è quello di imparare a
guardare gli altri come soggetti di pari livello, di
comune umanità, almeno per quanto riguarda la fisicità, il corpo, i
bisogni più indispensabili.
Ringrazio molto il regista, Vittorio Muscia, che è alla sua opera
prima, ma che si è occupato lungamente di televisione, documentari,
reportage e che ora, come mi ha detto, ha deciso di fare questo film
per seguire un suo personalissimo ‘trip’. Forse ha sentito
l’esigenza di togliersi la maschera, di raccontare episodi
autobiografici allo scopo di sdrammatizzarli e superarli
definitivamente, attraverso la catarsi filmica.
Vittorio Muscia sarà presente in Ancona il 17 Novembre 2006 al
convegno che stiamo organizzando e che si chiamerà ‘Timidezza
e Sessualità’, dove verrà presentato un trailer con i pezzi
più significativi del film, cui seguirà una tavola rotonda con
psicologi, medici e sessuologi.
Ulteriori informazioni le potrete trovare
qui.
Consultate anche il sito
Clinica della Timidezza
