Terapia Roosevelt
sembra l'incontro
fuori tempo massimo
tra cinema e teatro
dell'assurdo. Da una
certa "rigidità"
della messa in scena
teatrale deriva
l'effetto di
spaesamento o
straniamento e così
via. O meglio,
dislocazione,
lontananza da luoghi
noti, né città, né
paesi riconoscibili,
ma solo differenze
generali,
universali, tra
ambiente urbano e
rurale. Vittorio
Muscia elabora
immagini di mera
fantasia, laddove
l'impiego di effetti
speciali ha,
rispetto al cinema
contemporaneo,
proprio l'esito di
esibirsi, invece che
celarsi (l'immagine
del water gigante su
tutte). Anche i
pochi esterni sono
strettamente legati
ad un simbolo,
l'aquilone che è una
congerie
multiculturale di
segni, e la natura è
lo spazio
d'incontro, l'Eden
dove Adamo ed Eva
possono rincontrarsi
già (ri)salvati dal
peccato originale.
Il difetto più
grande dell'uomo è
essere diventato
adulto. Nel
fanciullo e nella
donna risiedono la
possibilità di
liberare l'anima
malata dai falsi
idoli. E la
timidezza è più che
altro vergogna verso
l'ostinazione del
pensiero che
intrepido non si
ferma alla
dimensione scontata
delle cose, ma va in
cerca, si muove in
vista di un’agognata
evoluzione (della
specie umana… ). Ma
la timidezza è,
nella nostra
società, dove la
superficialità è un
po' lo standard
comune, il vizio più
grave, da cancellare
e dissolvere
attraverso la
seriosa psicanalisi
che qui è messa
definitivamente alla
berlina: i metodi
sembrano quelli di
un pagliaccio
burlone.
La cura Roosevelt,
più che altro,
dovrebbe aprire gli
occhi, degli
spettatori al sogno,
alla capacità ancora
di immaginare ad
occhi chiusi aperti.
Anche un cinema
piccolo e grande
come quello di
Muscia, ma che è
automaticamente
eccentrico e per
questo, a tratti,
sublime. La
diversità di
Terapia Roosevelt
consiste nella
lacerazione completa
delle storie da
narrare, non più
assimilabili a
sequenze
cinematografiche, ma
a visioni collegate
l'una all'altra.
Quindi non più
cinema come
successione di
scene, ma
espressione di un
sentimento che ha
bisogno solo di
spunti, tracce
grafiche. In questo
senso Terapia
Roosevelt ci
appare come opera
felicemente
abbozzata,
alleggerita da
elementi di messa in
scena come
l’appartenenza a uno
spazio
riconoscibile,
sospesa
letteralmente in un
altro mondo. Una
visionarietà legata
al gusto del
surreale, della
criptofantascienza,
di Sergio D'Offizi,
direttore della
fotografia di altri
film molto vicini a
Terapia Roosevelt
per "quieta"
bizzarria,
come Ricomincio
da tre, Io e
Caterina,
Sono un fenomeno
paranormale.
Regia: Vittorio
Muscia
Interpreti:
Giampiero Ingrassia,
Barbara Tabita,
Antonio Salines,
Gianfranco Barra,
Raffaele Pisu, Mario
Maranzana, Adriana
Russo
Distribuzione: PM
Progetto Media, Rai
Cinema
Durata: 100'
Origine: Italia,
2007
(FONTE
SENTIERISELVAGGI.IT)